Sophia è la meta, il fine, l’obiettivo, l’oggetto del desiderio del filosofare, ma questo oggetto è caleidoscopico e ha conosciuto nel tempo diverse interpretazioni.
Mentre la definizione di “filosofia” risale a Platone, Aristotele definiva “filosofi” i primi pensatori che nel VI sec. vollero dare spiegazioni razionali della realtà. Quelli che oggi vengono denominati pre-socratici definivano “historia, indagine”, la loro ricerca e “physis”, l’oggetto del loro studio. Volevano conoscere attraverso quali processi si fosse venuto a costituire il mondo, l’uomo e la comunità istituzionalizzata degli uomini, cioè la città.

Raffaello_Platone e AristoteleNel suo saggio Pierre Hadot dedica uno specifico paragrafo alle definizioni di “sophia”. Da subito precisa come la distinzione moderna tra sophia intesa come saggezza, cioè sapersi ben comportare nell’ambito delle scelte di vita e sapere come possesso di una vasta cultura sono differenze artificiosamente introdotte, dicotomie che non danno ragione del concetto. Per lo studioso francese «i due concetti sono lungi dall’escludersi l’un l’altro; il vero sapere è in realtà un saper fare, e il vero saper fare è il saper fare il bene».

Prima di Platone Omero utilizza i termini sophia e sophos per riferirsi all’arte del carpentiere o del costruttore di strumenti musicali, quindi relativamente ad un saper fare, che però non può prescindere da secoli di tentativi attenti al rapporto tra la natura, il proprio fare e l’esito della relazione tra i due.
Nel VII secolo a.C. Solone impiega la parola sophia per riferirsi alla poesia, mentre Teognide nel VI secolo le attribuisce un valore pratico di astuzia.

Diverse accezioni del concetto si trovano anche nelle competenze attribuite ai Sette Saggi, possessori di un sapere scientifico e tecnico come Talete o politico come Solone, promulgatore di leggi, che avranno ripercussioni positive sulla vita degli uomini e della città per lungo tempo.
Anche in Eraclito e Democrito le riflessioni sui fenomeni naturali non erano disgiunte da considerazioni etiche, mentre più tardi i Sofisti fanno della loro conoscenza un mestiere: insegnare ai giovani l’arte di fare discorsi per partecipare alla vita politica della città.

La saggezza per Socrate è il «sapere di non sapere» (Platone, Apologia di Socrate, 23b), la consapevolezza di una mancanza, l’unica sapienza possibile per gli umani è il desiderio di lei. Non c’è invece differenza tra il sapere e l’agire virtuoso, l’uomo è naturalmente predisposto al bene, se sbaglia è perché non sa, quindi la ricerca della conoscenza è anche una ricerca morale.

Se avvalliamo l’ipotesi di Romano Gasparotti che nel suo saggio indica nel filosofo l’uomo che ha paura (2007, p. 13), dobbiamo aggiungere che ciò di cui ha paura è in particolare la morte, evento tra tutti più inevitabile e incomprensibile, e che la filosofia nasce per esorcizzarne la paura e l’angoscia attraverso dei discorsi e dei ragionamenti. Socrate sostiene che la morte non si conosce «Tuttavia la si teme, proprio come se si sapesse che è il più grande dei mali» (Platone, Apologia di Socrate, 29a-b).

Filosofia dunque è desiderare di sapere, ma accettare di non sapere. Secondo Hadot tra gli esercizi spirituali dell’Accademia platonica «La pratica più celebre è l’esercizio della morte» (1998, p. 67) ed è questo l’esercizio filosofico per eccellenza, prepararsi a morire, prendendo distacco dal corpo e purificando l’anima. Per Platone l’essere, la verità, la vera vita è nel mondo delle Idee, nell’Iperuranio; quaggiù per le anime prigioniere di un corpo, in un mondo di apparenza resta solo il ricordo di quello che si è contemplato tra un’incarnazione e l’altra.

Con Aristotele si producono nuove distinzioni e la questione si fa più complessa. Nell’Etica Nicomachea egli individua nella politica la scienza più importante tra tutte: infatti è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nella città (I, 1094b) e il suo fine è il bene, non solo per un individuo, ma per il popolo di tutta la città. Fatta questa premessa Aristotele distingue nettamente il conoscere e l’agire poiché il fine qui non è la conoscenza, ma l’azione […]. Per uomini simili la conoscenza risulta inutile, come per gli incontinenti; per coloro invece che configurano razionalmente i propri desideri e le proprie azioni, la conoscenza di queste cose potrà essere ricca di vantaggi (I, 1095a, 5-10).

Sapienza_Ripa_Iconologia_1611La virtù non è un possesso, ma un’attività, un agire virtuoso e i campi della conoscenza sono tanti e a ognuno è propria una metodologia diversa ed adeguata alle caratteristiche del suo oggetto. Per questo distingue all’interno delle virtù dianoetiche (Ivi, Libro VI), proprie dell’anima razionale, quelle relative alle realtà mutevoli e contingenti e quelle che riguardano le realtà eterne, i principi immutabili. La scienza, epistéme, riguarda gli enti eterni, ingenerati e incorruttibili; la saggezza, phronesis, è la capacità di deliberare per scegliere ciò che è buono e utile per una vita felice; oggetto dell’intelletto, nous sono i principi primi e indimostrabili.

Infine la sapienza è la più perfetta delle scienze e comprende l’intelletto e la scienza, cioè i principi primi e le loro conseguenze relative a «realtà straordinarie, meravigliose, difficili e divine» (Ivi, 1141b, 5). In Leone Ebreo la dinamica tra Sapienza e Sofia costituisce il nucleo stesso dei Dialoghi d’amore: «Filone tenta invano di sedurre con una sterminata ostentazione di sapienza una Sofia che invece gli sfugge, sfinge sorridente che perpetuamente si sottrae» (Ariani, 1984, p. 9).