Il Rinascimento si configura come un’epoca di infatuazioni entusiasmanti per la cultura classica che viene rivissuta, amata, resa linfa vitale per il presente, meta e al contempo direttrice per gli intelletti più colti e raffinati. Tra le varie tendenze una fra tutte campeggia assoluta, altera dominatrice della scena filosofica: la riproposizione delle teorie platoniche, ripulite e nettate dalla patina di oblio che l’età media aveva depositato su di loro… scoperta mirabile ed emancipatrice, foriera di un nuovo modo di guardare al mondo e alla collocazione dell’uomo nell’universo.

La sensazione di libertà e il desiderio di porsi mete elevate, uniti alla consapevolezza di essere in grado di portarle a compimento è il segno distintivo di questa incantevole epoca: tutto sembra rimettersi in movimento, sia in senso orizzontale che verticale, tutto sembra diventare limpido, chiaro, lineare, vuoi nel macrocosmo, vuoi nel microcosmo. A tale mutamento di orizzonti si accompagna una rivoluzione antropologica nei rapporti tra gli individui, nelle relazioni tra paesi e (perché no!) tra continenti.

Il perno di tale sconvolgimento è ben visibile nella produzione filosofica che diventa centrale non solo come ambito meramente culturale bensì come strumento di argomentazione che svela arcani misteri imperscrutabilmente nascosti nella natura da millenni: la scienza prende vita e vigore, si fa discontinuità rispetto al lungo Medio Evo, solleva il velo di Maya e porge agli uomini nuove allarmanti verità.

Al contempo, il vivere associato è oggetto di indagine a tutto campo: i rapporti tra i generi vengono viepiù posti sotto una lente che enfatizza dissonanze, mutevolezze e incomprensioni, ma ciò che più si porge all’occhio indagatore pare la difficile vita del zoon politicon quando viene costretto ad una stretta vicinanza di prassi quotidiana con i suoi simili. Anche in tale ambito, l’indagine asettica della filosofia intende svelare «di che lagrime grondi e di che sangue» la politica intesa come puro dominio.

L’aura leggiadra e rarefatta degli intelletti migliori che si nutrono di Neoplatonismo ci permette di accostarci con grande interesse e bramosia di conoscenza al pregevole lavoro di Elisabetta Di Carpegna che ha inteso recuperare dalla polvere della dimenticanza un raro “manufatto” filosofico: i Dialoghi d’amore del medico ebreo Yehudah Abrabanel, alias Leone Ebreo.

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La vita di Yehudah è trafitta in più momenti dalle vicende storiche del suo tempo: costretto a peregrinare a causa della sua confessione religiosa, vagabondo e ramingo per paesi e corti, ci appare, nonostante le dolorose situazioni che il destino avverso e la malvagità umana gli apparecchiano, un intelletto brillante, una summa di rara erudizione. Impadronendosi dell’abilità linguistica nel volgare italiano del tempo, pur se la questione appare controversa come ben argomentato nel libro, Yehudah ci dona un dialogo che può a buon diritto iscriversi nella migliore tradizione di questo genere narrativo nel Rinascimento: la strutturazione in tre parti distinte, la creazione di personaggi che esprimono pareri e punti di vista antitetici, l’estrema evanescenza dello scenario che ospita gli attori, tutto ci fa pensare ad una notevole familiarità con tale genere. Se ci vengono negati particolari concreti, il dialogo si snoda altresì in tutta la sua armonia e piacevolezza, in un raffinato gioco di intelletti che desta, ahimè, anche una punta d’invidia per quei tempi e quelle modalità di rapporti umani.

Allegoria_Fortuna_ConoscenzaFilone e Sofia sono le due dramatis personae che si confrontano a lungo nei tre distinti dialoghi: ci appaiono diversi caratterialmente, fortemente impostati su una mera appartenenza ai ruoli di genere che in talune occasioni si rovescia, per mostrare quanto siano falsi e menzogneri gli stereotipi che vogliono le donne irrazionali e gli uomini pacati, lucidi e raziocinanti. Come ben sottolinea l’Autrice, Sofia, lungi da porsi come allegoria della Conoscenza, è dotata di una personalità viva, carnale e, ça va san dire, apertamente antiaristotelica. Il suo ruolo precipuo si ipostatizza nella volontà di pungere criticamente Filone sull’oggetto della disputa, ovvero su cosa sia veramente l’Amore.

Ben sappiamo quante pagine il Rinascimento ci lasciò in eredità su tale mistero: qui, oltre al recupero di Eros in senso platonico, si intravede l’individuazione di una sorta di motore dell’universo, di armonia dei contrari che tutto placa, tutto unifica partendo dagli estremi opposti.
Altrettanto interessante pare lo sdoppiamento di Yehudah nei due caratteri nella disputa dialogica: come opportunamente sottolineato dall’Autrice, egli sceglie di assumere una doppia identità, e ritiene doveroso porgersi al lettore in questa sorta di androginia intellettuale che lo conduce ad affermare una tesi e subito ribatterla, a raggiungere faticosamente una verità ed a negarla in un attimo. L’abilità in tale gioco di specchi è grande: il ritmo del dialogo è incalzante, veloce, intrigante al contempo e ci conduce a nuove “navigazioni” della mente, in una giostra di offerte e ritrosie, di affermazioni e contraddizioni che rappresentano la cifra distintiva di tutta l’opera.

Il presente volume si presenta come un lavoro raffinato di analisi dei Dialoghi d’amore: ricca è la parte introduttiva in cui si esplicita l’aura collettiva del Rinascimento ed il valore fondante che la filosofia assume in tale cornice, così come interessanti e fondate sono le riflessioni sui temi che di volta in volta, paiono centrali nell’opera di Yehudah, vuoi la schermaglia d’amore, vuoi la concezione dell’Amore e il suo ruolo nella vita dell’universo. Ugualmente dense le parti in cui si analizzano le concezioni fisiologiche dell’amore, parti in cui ovviamente il medico Yehudah fa sfoggio della sua erudizione.

Un punto mi pare doveroso sottolineare, ovvero l’idea che la natura sia Colei che ci fornisce la più saggia misura di tutte le cose, sia relative al corpo umano che pertinenti al cosmo. In questa saggia riflessione riscopriamo tutta la pregnanza e la validità della filosofia rinascimentale che ancora vede la Natura con occhio attonito per la sua grandezza e magnanimità e la “sente” come sinergica rispetto a tutto ciò che sotto il cielo si muove: in tale senso, Yehudah parla ancora a tutti noi.

Antonella Cagnolati